Programma del Pellegrinaggio a Napoli e Pompei (2026)
Accoglienza in stazione. Accompagnatore presente, dall’inizio alla fine.
Tempo per pregare.
Tempo per condividere.
Tempo per visitare e stare.
Un cammino accompagnato.
Senza corse.
Con spazio per ciò che conta.
Napoli è una città che si sente prima ancora di capirla.
E' carne, nelle vite segnate e affidate.
È sangue, custodito come promessa nel cuore della città.
È martirio quotidiano, vissuto senza clamore.
È popolo, che prega, lavora, resiste.
Pompei raccoglie tutto e lo consegna a Maria.
Il Vesuvio che veglia dall’alto.
Il mare che accompagna ogni sguardo.
I vicoli stretti, le piazze che si aprono all’improvviso.
Le strade che profumano di pane caldo,
di pizza appena sfornata,
di mozzarella fresca, semplice, bianca, condivisa.
Il cibo qui non è folklore.
È gesto quotidiano, è tavola, è famiglia, è popolo.
Tra una chiesa e un vicolo,
tra un santo e una bottega,
Napoli racconta una fede che non si separa mai dalla vita reale.
Una città dove il sacro convive con il profano,
dove la bellezza non è ordinata ma vissuta,
dove anche una pausa, un sapore, una strada affollata
possono diventare spazio di incontro.
E proprio per questo, Napoli non distrae dal pellegrinaggio.
Lo rende più umano.
Più vero.
Più incarnato.
La Chiesa legata a Don Dolindo non colpisce per grandezza.
Colpisce per essenzialità.
Qui molti pellegrini compiono un gesto semplice, quasi istintivo:
bussano alla tomba.
Non per superstizione.
Perché Don Dolindo, in vita, diceva che avrebbe continuato ad aiutare chi bussava con fiducia.
C’è chi bussa una volta sola.
Chi appoggia la mano.
Chi resta in silenzio.
In quel luogo la fede non si discute:
si consegna.
La frase “Gesù, pensaci Tu” non è uno slogan.
È una resa.
Un modo di smettere di trattenere tutto.
Molti ripartono da qui più leggeri,
non perché i problemi spariscono,
ma perché non sono più soli a portarli.
Davanti alla cappella di San Giuseppe Moscati
si capisce subito che non si è davanti a un santo distante.
Moscati era un medico che camminava per le strade di Napoli,
entrava nelle case, curava i poveri spesso senza chiedere nulla.
Ancora oggi, molti si fermano qui
per affidare la salute,
il lavoro,
le responsabilità quotidiane.
C’è chi lascia un biglietto.
Chi sfiora la teca.
Chi resta qualche minuto in silenzio.
Moscati parla a chi vive immerso nella vita reale,
a chi sente il peso di dover “reggere tutto”.
Qui la santità non appare eroica.
Appare possibile.
Il santuario di Santa Maria Francesca non è un luogo imponente.
È una casa.
Una stanza.
È qui che molti pellegrini restano colpiti:
una santità vissuta nel poco,
nel limite,
nella sofferenza quotidiana.
Santa Maria Francesca è da sempre invocata
per le intenzioni legate alla famiglia,
alla maternità,
alle situazioni difficili che non fanno rumore.
C’è chi si siede.
Chi tocca il letto.
Chi resta in silenzio più a lungo del previsto.
È un luogo che non chiede parole.
Chiede presenza.
Davanti al Cristo Velato,
anche i più abituati ai pellegrinaggi si fermano.
Non è una visita da spiegare.
È una sosta.
Il corpo scolpito, il velo, la quiete irreale:
tutto parla di dolore, morte, ma anche di attesa.
Molti escono senza dire nulla.
Altri con le lacrime agli occhi.
È uno di quei momenti che non si raccontano bene dopo.
Ma che restano.
Pompei non è una tappa come le altre.
È il luogo dove il pellegrinaggio si raccoglie.
Nel Santuario della Beata Vergine del Rosario
si entra in modo diverso.
Più lento.
Più attento.
Qui la storia di Bartolo Longo diventa concreta:
una vita confusa, ferita,
ricostruita attraverso il Rosario, la carità, la fiducia.
Durante la visita molti partecipano alla Santa Messa,
altri sostano davanti all’immagine della Madonna,
altri ancora recitano il Rosario camminando.
Pompei non promette miracoli immediati.
Promette una presenza che accompagna.
Ed è spesso qui che il pellegrinaggio cambia passo.